Lettera d’ombre

Sta accadendo.
Sento di essere in procinto di lasciarti andare, davvero.
Non capisco, però, se la cosa sia reale oppure no.
È davvero così? O è il mio istinto di sopravvivenza che mi conduce a crederlo?

C’è stato un periodo in cui il sentimento prevaleva sulla ragione. Così è stato all’inizio. Hai scelto per entrambi, non considerando minimamente la possibilità di ripresa in una relazione che di storture ne aveva davvero poche. Non potevi generare lamentele, lo sai benissimo, e pensarlo ti fa anche male. Con il “coraggio” di un suicida, hai deciso che dalla vita non dovevi avere più nulla, che non valeva più la pena impegnarsi. Avevi tutto ciò a cui una persona potrebbe agognare, ma soprattutto, avevi l’Amore, quello vero, e l’hai scartato senza troppi ripensamenti.
È difficile descrivere come mi hai fatta sentire. Sicuramente mi sono sentita sprofondare sempre, ogni giorno, più in basso, e tu non mi hai mai più teso la mano per riportarmi a galla. Per fortuna esistono gli amici ed i rapporti profondi che ho costruito nel tempo, nonostante ciò, mantenendo sempre la priorità su di te, che eri la persona che amavo (o che amo ancora? Voglio sperare di no)
Tanti sono stati i giorni in cui ho pensato e ripensato a quelle due parole messe in croce per giustificare ciò che giustificabile non lo era affatto, dato che un sentimento in un mese e mezzo non scompare. Non dopo sei anni, caro mio, devono per forza esserci delle motivazioni più profonde. E se non ci sono beh, allora sei una persona superficiale, che non sa dare il giusto valore alle cose, ed ancor più alle persone.
Avresti dovuto apprezzare quella persona che ferita alle spalle, senza preavviso, ha avuto la forza di combattere per te, anche se in realtà, a quanto pare, non valeva assolutamente la pena. Ti ricordo che quella persona, di cui adesso hai un solo vago ricordo tanto bello e colorato, il giorno in cui le hai rivolto quelle pugnalate al cuore, ha cercato di farti sorridere, di limitare le sue lacrime perché non voleva vederti soffrire. Ti ha detto che la tua felicità era più importante della sua. E ha lasciato tu facessi ciò che ritenevi più giusto: andare via, per sempre.
Quella stessa persona, che non riusciva a mangiare, dormire o studiare, chiedeva ai tuoi amici come tu stessi ed era “contenta” che almeno le tue sorti fossero più vivaci.
Un giorno forse capirai che un amore come questo è difficile capiti più volte nella vita.
E dire che io, in quel periodo, ho pensato di essere inadeguata. Ho creduto, mi hai fatto credere di essere sbagliata, di averti procurato ciò che è accaduto, quando in realtà più che attenzioni, cure o amore io davvero non ti ho dato.
Devo ricordarti, forse, che se non fosse stato per me, tu non avresti mai trovato problemi nel nostro rapporto? Ero io quella che lamentava ogni tanto che “non esprimi quasi mai quello che provi per me”, “non mi consideri qui”, “non mi consideri là”. E puntualmente ti chiedevo scusa -che idiota- perché non volevo farti sentire inadeguato. Volevo stessi bene, e pian piano queste cose, il tuo modo di fare, seppur mi facesse male ogni tanto, ho dovuto accettarlo, in virtù del fatto che, se scelgo di amarti, devo farlo per intero. Mi sono impegnata, non mi sono arresa, io volevo stare con te, stare bene con te. Tu invece, hai trovato il primo ostacolo importante e non hai voluto superarlo.
Sapevo bene di meritare quelle attenzioni, quei sentimenti, ma un giorno di dicembre mi dicesti “non importa ciò che dico o non dico, ma quello che provo”, per mettere a tacere tutte le mie paranoie -giustificate, in fin dei conti-. L’importante era che tu lo provassi. Ho cominciato davvero a pensarla così. Volevo crederci.
Non volevo, invece, credere al fatto che fosse finito tutto così. Passeggiavo per la mia città e vedevo le nostre figure passare mano nella mano, sorridendosi. E non facevo che chiedermi dove fossimo finiti. Qual era stato il mio errore? Perché mi hai data così per scontata? Proprio tu che lamentavi di gente che nel tempo non ha saputo apprezzarti, che ti ha abbandonato senza “se” e senza “ma”. Tu, che dicevi fossi l’unica di cui ti fidassi. Tu, che non riesci ad allontanare le persone che ti hanno fatto del male e te le tieni lì, ma non ti fidi né sai affrontarle. Tu, hai buttato via quella stessa persona che asserivi ti avesse salvato, quella che cercavi da tempo e che ti apprezzava davvero, quella che non ti avrebbe abbandonato ed, anche qualora fosse sempre stata libera di scegliere, ricorda, ha sempre scelto te.
In quel primo mese, ho pensato a tutto ciò che ho fatto per te, cercando di scovarne una stortura, ma, ahimè, non ne ho trovate di così gravi da determinare la fine di una relazione. Ho letto, riletto chat, lettere, pensieri, cercando di capire. Cosa potevo aver mai fatto? Ti ho spronato a scrivere, dandoti quella spinta giusta per credere in ciò che stavi facendo. Ti lamentavi di non essere mai riuscito a completare un’opera. Amavi scrivere, ami ancora farlo. E ricordo di averti detto “Fallo per me, provaci almeno, concludi una storia, non lasciarla a metà”. Da lì non ti sei più fermato. E sono ancora, davvero, contenta di questo.
Stando con me, i tuoi risultati scolastici sono migliorati. Sono sempre stata più “fissata” di te e credo che, in qualche modo, tu non volessi essere da meno. Ti sei impegnato di più ed hai raggiunto altri obiettivi. Il merito è solo tuo, avevi solo bisogno di qualcuno, al di fuori della tua famiglia, che ci credesse in te. Non è un processo consapevole, ma è accaduto.
Ho fatto tanto per te e non c’è bisogno io elenchi cosa, lo sai. O, se non lo ricordi, presto o tardi, tutto verrà alla luce.
Il mese di aprile l’ho passato ricordando anche tutte le cose che tu hai fatto per me, al valore che vi attribuivi e che io stessa ti accordavo. I ricordi belli stavano degenerando nell’arco di pochissimi giorni ed il loro deterioramento non faceva che infliggermi ulteriori danni. Sembrava tutto così irreale.
Assurdamente, ho pensato di non aver fatto abbastanza per te. Rimuginavo sullo scambio dialogico tenutosi il giorno fatidico e mi sono detta “No, vedi? Anche tu ti sei arresa. Voleva lasciarti e gli hai dato una spinta per farlo, non hai lottato”.Poco dopo questa presa di coscienza folle, sono partita, fisicamente, per venire da te. Ricordo ancora il giorno in cui mi dicesti che avresti studiato fuori per l’università. Ti dissi che andava bene, che era giusto così. La cosa, però, mi faceva male ed un giorno, di fronte a te, non ressi. Cominciai a piangere e mi dicesti “Se devi stare così, io non voglio partire”. Lì ho capito che non sarebbe dovuta andare in questo modo, dovevo essere forte, anche per te. Ti ho detto “Io non sono nessuno per decidere il tuo futuro. Devi andare, non pensare a me o a come potrei stare”. Qualche mese più tardi abbiamo cominciato la nostra storia a distanza. Ed è da distanti che è cominciata la fase di passaggio dall’adolescenza alla prima età adulta. Siamo cambiati, entrambi. Abbiamo accettato i reciproci cambiamenti, seppur con fatica. Ce l’abbiamo fatta però. Amarsi a distanza è molto difficile, lo sai anche tu di aver investito tanto in questa relazione. Ed è questo un altro interrogativo che non ho potuto che pormi: a che pro investire così tanto per cedere per così poco?
Sono partita perché volevo guardarti negli occhi. Sarebbe stato questo un modo per rendermi consapevole di tutto, serviva a me, lo stavo facendo per me, ma soprattutto per noi, ci credevo davvero. E come se già il mio dolore non bastasse, non ti sei risparmiato dal rimbrottarmi il non averti “consultato” sul giorno in cui venire. Eri davvero nella condizione di rimproverarmi? Non ci voleva tanto a capire che quei 700 km li stavo facendo per salvarti, salvarmi, salvarci. Mi hai fatto male, ancora, gratis. Grazie.
Ed anche lì, come un mese fa, già io non avevo idea di quali risposte darmi, né tu sapevi fornirmene. La ragione è che “non ti amo più”. Scusami ma come è accaduto? “Non lo so, fatto sta che il sentimento è quello che è”. Non è recuperabile? “Non credo”. Non puoi cercare di farti forza, per me? “Non posso e nemmeno voglio in realtà”.
Ah perfetto. A questo punto avrei dovuto capire, no?
E invece ho persistito nel voler comprendere per quattro ore di “chiacchierata” i perché della sparizione di un sentimento che per tanti anni è stato così forte.
Sono entrata nella tua camera ed i miei disegni, la nostra foto erano ancora lì, in bella mostra. Perché li hai tenuti? Non ti fanno male? “Mi ricordano dei bei momenti”. Io ho tolto tutto di noi, sai? Non riesco a tenerle, mi fa male. Tutto ciò che ti riguarda è posto in una scatola con su inciso il tuo nome.
E’ questo che siamo? Ricordi? Ti basta questo?
Nella tragicità di quelle parole amare, abbiamo avuto anche il modo di sorriderci quel giorno, di stare bene, nuovamente, insieme. E’ significativo questo. Voleva dire che qualcosa, in realtà, ancora c’era. Poteva essere salvato, ma non hai voluto farlo. Me ne ricorderò.
Così come terrò bene in mente il tuo menefreghismo, la freddezza del tuo sguardo e il cinismo nel buttare me senza battere ciglio. Ti sei mai interessato di come io stessi? Ti sei mai chiesto se dormo, mangio, studio? Te le ho dette queste cose. Te le ho rinfacciate tutte. Mi hai risposto “Volevo darti tempo”. Certo, come no. Quanta ipocrisia!
Quando ormai ogni frase sembrava essere una vaga ripetizione della precedente, ho deciso di lasciarti un ultima cosa, un libro. Ti ho consigliato di leggerlo –chissà se l’hai mai fatto-. E sono andata via, non dimenticandoti di dirmi “Interessati ogni tanto di me, non mi farò pensieri strani a riguardo”. Inutile dire che le mie sono state parole al vento. Hai preferito la fuga. E non dirmi che si tratta di coraggio, questo.
Sono scesa da casa tua con un animo più leggero, ma solo perché ti avevo rivisto, avevo potuto assaporare per l’ultima volta il suono della tua voce. Anche se, quella stessa voce, cose belle, quella volta, non me ne ha rivolte.
Da inizio maggio le cose hanno cominciato a cambiare, mi aspettavo ti interessassi almeno tramite terzi di sapere se fossi arrivata a casa, come stessi. Nulla. Figuriamoci. Non hai rispettato il nostro ultimo patto.
Ho passato settimane tremende, sperando che il mio gesto potesse averti procurato qualcosa, che potesse risvegliarti dal torpore.
Quando, poi, ho cominciato a consapevolizzare l’ingiustizia per cui la mia vita sembrava essersi bloccata, mentre la tua scorreva tranquillamente, le cose hanno cominciato ad andare meglio. Ho pensato di aver dato a te il meglio di me, fino all’ultima briciola, dalla circostanza più banale a quella più seria. E ho pensato tu non lo meritassi poi così tanto. Ti ho cullato un po’ troppo, non facendoti sentire il peso di tue mancanze, ma sopportandolo io pur di non infliggerti alcun danno. Lo facevo perché ti amavo. Ed a questo punto, è giusto io stia male per una persona che senza di me sta comunque tanto bene? No, assolutamente no. Me lo sono ripetuto così tante volte.
Ad un certo punto, il solo percepire il fatto che tu esistessi, mi dava fastidio, mi sentivo invadere nei miei spazi vitali, non saprei come spiegarlo altrimenti. Non dovevi esserci nella mia vita, se avevi deciso, di tua sponte suicida, di andar via. Bene, allora vai.
E’ proprio questo il motivo per cui ho cominciato a bloccarti ovunque. Non volevo sapere più niente di te, né tu dovevi sapere niente di me. Mi pareva equilibrato.
Ho aperto questo blog per avere una valvola di sfogo, ma soprattutto per confrontarmi con me stessa, capire cosa sono in realtà, quali sono i miei valori, cosa sia rimasto di me dopo un’esperienza che mi ha trascinato in un disturbo post-traumatico da stress che, fortunatamente, sto riuscendo pian piano a debellare. Ho scoperto di non essere in grado di sentirmi sbagliata, di essere orgogliosa di quello che sono e soprattutto di ciò che ho fatto. Sento di non avere rimorsi, ma potrei rimproverami sul fatto di essere stata troppo buona e accondiscendente. A quanto pare queste cose vengono poco apprezzate.
Pazienza, qualcun altro, forse, in futuro, saprà valorizzarle davvero.
In questi ultimi tempi non ti sto pensando con la stessa frequenza di quasi due mesi fa, però nei sogni ci sei sempre poiché, in qualche modo insano, nel mio cuore, quel vecchio te, c’è ancora. Riesco a notare i tuoi difetti, distaccandomi dalla patina di innamoramento che li addolcivano. Sto perdendo la motivazione nell’attenderti in virtù di ciò che mi hai detto anche tu stesso “Se anche dovessi ripensarci, non tornerei, sarei ipocrita altrimenti”. Ipocrita più, ipocrita meno? Che fa.
La ragione sta soppiantando il sentimento, lo sta domando. Ed è quella stessa ragione che mi ha fatto comprendere i reali motivi di una rottura così drastica: la mancanza di coraggio e di prendersi le proprie responsabilità. Hai avuto una crisi –simile a quella di cui ho parlato nell’articolo “Qualcosa che non ti ho mai detto…”-, non hai voluto affrontarla, hai preferito staccare la spina ed andartene, senza chiedere se andasse bene anche a me questo tipo di scelta. Sapevi che dopo la mia laurea –spero tu non me l’abbia boicottata-, ti avrei raggiunto, proseguendo gli studi lì, dove sei anche tu. Era un passo importante, che non hai voluto compiere perché non ti sentivi in grado di assumerti questo peso, di ufficializzare ancora di più la cosa. Tu sai cosa non va in te, cosa mi faceva star male, ed avevi paura che un giorno mi sarei stancata, così mi hai abbandonato prima tu. Non ti sentivi in grado di sostenermi, ma non hai nemmeno voluto essere aiutato. Mi hai detto “Tanto sarebbe finita comunque”. Io ti dico che non è vero. Tu continuerai invece a credere, come un povero illuso, che l’amore sia solo irrazionale. Ancora? No. Siamo cresciuti, in sei anni il sentimento cambia. Ad un certo punto bisogna VOLER amare, non solo provarlo.
Tu non hai voluto? Ne prendo atto.
Nonostante tutto, non so dirti, se tu dovessi tornare, come potrei reagire. So solo che adesso, l’idea che tu possa esserci in un mio futuro, nemmeno mi sfiora, mentre prima non era così. Ed è nel momento in cui, persino chi ti è più vicino mi consiglia di non riprenderti con me, qualora tu dovessi ripensarci, perché, secondo loro, non mi meriti, che io stessa mi pongo delle domande, e forse dovresti, un giorno, domandarti qualcosina anche tu.
Per me adesso sei solo un’ombra che invade i miei sogni senza permesso, un ricordo vago e confuso di qualcosa che non so dire più se ci sia realmente stata o meno.
Difatti non so più chi sei.
Sento solo una presenza, come un fantasma, che ogni tanto bussa, altre volte tace.
E sta imparando a tacere sempre di più, finché…
…un attimo, a chi stavo scrivendo finora?

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2 pensieri riguardo “Lettera d’ombre

  1. “Ad un certo punto bisogna VOLER amare, non solo provarlo.
    Tu non hai voluto? Ne prendo atto.” A volte bisogna. Considerati fortunata per averlo capito e aver avuto la forza di farlo 😉

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